Birra che passione!

Bionda o rossa, passione per tutti i gusti

 

«La birra è un mondo dagli universi infiniti, dove basta cambiare anche solo il tipo di acqua per ottenere un sapore diverso. Le migliori da degustare? Per me sicuramente quelle a fermentazione spontanea. Ma mi raccomando, fatelo col bicchiere adatto».

 

Parola di Massimo Settembri, degustatore e sommelier di birra, il guru del luppolo all’interno del Cash & Carry de La Grande A. A lui il compito di introdurci in un mondo tanto antico quanto più che mai al passo coi tempi.  

 

«Il nostro assortimento vanta oltre 100 etichette tra birre commerciali (ovvero i grandi marchi prodotti su larga scala), birre artigianali (locali e non) e birre speciali; queste ultime sono prodotti di nicchia con caratteristiche particolari di fermentazione, scelta dei materiali e storia, una via di mezzo tra artigianali e commerciali, importate soprattutto da Belgio e Germania».

 

Quali sono le punte di diamante nello spazio birre de La Grande A?    

 

«Direi che marche come La Chouffe, Kwak, Augustiner, HB possono essere annoverate tra le migliori, ma vanno forte anche le birre di tendenza legate a fenomeni del momento, sempre alla ricerca di nuovi sapori e profumi; penso a India Pale Ale, Saison e Imperial Stout. C’è tutto un movimento che punta alla riscoperta e alla valorizzazione di birre antiche ma con “ricette” modernizzate».

 

Molto spesso si è portati a pensare erroneamente che le birre siano tutte “uguali”. Potrebbe spiegarci perché non è così?

 

«Il tipo di birra può cambiare per mille diversi motivi, anche solo dal tipo di acqua utilizzata, il cui grado di durezza può dare un retrogusto diverso al prodotto finale. La birra è un mondo vastissimo, che nonostante i disciplinari in materia offre soluzioni praticamente infinite: si può agire sul malto d’orzo, su frumento, avena e riso, modificando l’ingrediente di partenza e il tipo di fermentazione o  la stessa tostatura del malto».  

 

E’ vero che in Italia il consumo di birra è in crescita?

 

«Confermo: nel nostro paese il mercato cresce, anche se è ancora un 1/3 rispetto a quello del vino. Negli ultimi anni, grazie a produttori e imprenditori che hanno investito sull’artigianale, il consumo pro capite è aumentato. Ovviamente non arriverà mai ai livelli di paesi come, ad esempio la Repubblica Ceca (nel 2014 in testa con 107 litri pro-capite): da noi la tradizione è enologica, basti pensare che qui i frati, negli antichi monasteri, hanno sempre prodotto vino e derivati, mentre in Germania e Belgio producevano birra. Ad ogni modo, la grande attenzione, la voglia di ridare slancio al settore e tirarlo fuori dalla massificazione industriale, la cultura e i giovani di oggi usciti dallo schema tradizionale del vino a tavola, hanno sicuramente dato nuova spinta alla situazione».

 

Esiste un di decalogo per il consumatore di birra?

 

«Le regole da seguire per fruire in maniera piena il prodotto sono tante: si va dal tipo di spinatura, che può avvenire per impianto o direttamente dalla bottiglia, fino alla tipologia del bicchiere utilizzato. A tal proposito, vi svelo una curiosità: il bicchiere deve essere sempre lavato con detersivo neutro e non col brillantante che “uccide” la schiuma, elemento essenziale della birra, il protettore dagli agenti esterni, la cui mancanza, a meno che non si tratti di birre a fermentazione spontanea, dovrebbe sempre insospettire già solo alla vista».

 

Ma lei, alla fin fine, che birre preferisce?

 

«Dipende. Se devo dissetarmi mi affido alle birre a bassa fermentazione, bionde tedesche molto equilibrate e dal basso grado alcolico, siamo sul 5%. Se invece devo degustare allora preferisco le birre a fermentazione spontanea, che riposano in botte per un periodo che può variare da 1 a 3 anni. Negli spazi de La Grande A abbiamo la Duchesse de Bourgogne, una birra acida che si avvicina molto a questa concezione».